I codici tributo per i contributi forfettari relativi all’emersione del lavoro irregolare


Istituiti i codici tributo per il versamento, tramite il modello “F24 Versamenti con elementi identificativi”, dei contributi forfettari dovuti per l’emersione del lavoro irregolare, ai sensi dell’articolo 103, comma 7, del decreto-legge 19 maggio 2020, n. 34 (Agenzia delle Entrate – Risoluzione 25 settembre 2020, n. 58/E).

I datori di lavoro possono presentare istanza per concludere un contratto di lavoro subordinato con cittadini stranieri presenti sul territorio nazionale, ovvero per dichiarare la sussistenza di un rapporto di lavoro irregolare con cittadini italiani o stranieri, secondo le condizioni ivi previste.
Il datore di lavoro è tenuto al pagamento di un contributo forfettario per le somme dovute a titolo retributivo, contributivo e fiscale, relativamente ai rapporti di lavoro irregolare oggetto dell’istanza di emersione.
Con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali del 7 luglio 2020, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, il Ministro dell’interno e il Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali, sono state stabilite le somme dovute a titolo di contributo forfettario, per ciascun mese o frazione di mese, per i diversi settori di attività.nello specifico:
– 300,00 euro per i settori dell’agricoltura, allevamento e zootecnia, pesca e acquacoltura e attività connesse;
– 156,00 euro per i settori dell’assistenza alla persona per sé stessi o per componenti della propria famiglia, ancorché non conviventi, affetti da patologie o disabilità che ne limitino l’autosufficienza;
– 156,00 euro per il settore del lavoro domestico di sostegno al bisogno familiare.
Inoltre, il medesimo decreto interministeriale prevede che il contributo forfettario è versato con le modalità di cui all’articolo 17 del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241, esclusa la possibilità di avvalersi della compensazione ivi prevista.
Le risorse provenienti dal pagamento dei contributi forfettari di cui trattasi sono riversate (art. 1, co. 4, D.M. 7 luglio 2020):
– per un terzo all’entrata del bilancio dello Stato, a titolo fiscale;
– per un terzo all’INPS, a titolo contributivo;
– per un terzo all’INPS, per il successivo accreditamento al lavoratore, a titolo retributivo.
Al fine di consentire il pagamento dei contributi forfettari tramite il modello “F24 Versamenti con elementi identificativi”, sono istituiti i seguenti codici tributo:
– “CFZP” denominato “Contributo forfettario 300 euro – emersione lavoro irregolare – settori agricoltura, allevamento e zootecnia, pesca e acquacoltura e attività connesse – DM 7 luglio 2020”;
– “CFAS” denominato “Contributo forfettario 156 euro – emersione lavoro irregolare – settori assistenza alla persona – DM 7 luglio 2020”;
– “CFLD” denominato “Contributo forfettario 156 euro – emersione lavoro irregolare – settore lavoro domestico e sostegno al bisogno familiare – DM 7 luglio 2020”.
Per la compilazione del modello “F24 Versamenti con elementi identificativi”:
– nella sezione “CONTRIBUENTE” sono indicati i dati anagrafici e il codice fiscale del datore di lavoro;
– nella sezione “ERARIO ED ALTRO” sono indicati:
   * nel campo “tipo”, la lettera “R”;
   * nel campo “elementi identificativi”, il codice fiscale del lavoratore;
   * nel campo “codice”, i codici tributo “CFZP”, “CFAS” o “CFLD”;
   * nel campo “anno di riferimento”, il valore “2020”;
   * nel campo “importi a debito versati”, il contributo forfettario dovuto, nella misura di 300,00 euro (per il codice “CFZP”) oppure di 156,00 euro (per i codici “CFAS” e “CFLD”), per ciascun mese o frazione di mese.

Sconto riconosciuto ai dipendenti per acquisto diretto di beni: trattamento fiscale


28 SETT 2020 Nell’ipotesi in cui il datore di lavoro, in virtù di apposita convenzione stipulata con il fornitore, consente ai propri dipendenti di acquistare, i beni commercializzati da quest’ultimo, a un prezzo scontato, non si genera materia fiscalmente imponibile, dal momento che il valore normale dei beni acquistati dai dipendenti è pari a quanto corrisposto da questi ultimi. (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risoluzione 25 settembre 2020, n. 57/E)

Ai sensi dell’art. 51, co. 3, del Tuir si individua nel “valore normale”, così come definito dall’articolo 9 del medesimo Testo Unico, il criterio di valorizzazione dei beni e servizi rilevanti ai fini della determinazione del reddito di lavoro dipendente.


Al riguardo, infatti, il comma 3 citato prevede, tra l’altro, che “Ai fini della determinazione in denaro dei valori di cui al comma 1, compresi quelli dei beni ceduti e dei servizi prestati al coniuge del dipendente o a familiari indicati nell’art. 12, o il diritto di ottenerli da terzi, si applicano le disposizioni relative alla determinazione del valore normale dei beni e dei servizi contenute nell’art. 9”.
La locuzione “il diritto di ottenerli da terzi” è da porre in collegamento con il principio generale vigente in materia di reddito di lavoro dipendente (cd. principio di onnicomprensività) in base al quale costituisce reddito tutto ciò che il dipendente riceve, anche da soggetti terzi, in relazione al rapporto di lavoro, ovvero allorquando un terzo cede beni o presta servizi a dipendenti di un datore di lavoro per effetto di un qualunque collegamento esistente con quest’ultimo o con il sottostante rapporto di lavoro, anche in forza di un accordo o di una convenzione che questi abbia stipulato.
Relativamente alla nozione di “valore normale”, così come enunciato dal comma 3 dell’articolo 9 del Tuir, si intende, salvo quanto disposto dal successivo comma 4 con riferimento alle azioni, obbligazioni e altri titoli, “il prezzo o corrispettivo mediamente praticato per i beni e i servizi della stessa specie o similari, in condizioni di libera concorrenza e al medesimo stadio di commercializzazione, nel tempo e nel luogo in cui i beni o servizi sono stati acquisiti o prestati, e, in mancanza, nel tempo e nel luogo più prossimi. Per la determinazione del valore normale si fa riferimento, in quanto possibile, ai listini o alle tariffe del soggetto che ha fornito i beni o i servizi e, in mancanza, alle mercuriali e ai listini delle camere di commercio e alle tariffe professionali, tenendo conto degli sconti d’uso.”
In base alla lettera della disposizione riportata che fa espresso riferimento agli ” sconti d’uso”, è stato, tra l’altro, precisato che per i beni e servizi offerti dal datore di lavoro ai dipendenti, il loro valore normale di riferimento possa essere costituito dal prezzo scontato che il fornitore pratica sulla base di apposite convenzioni ricorrenti nella prassi commerciale, compresa l’eventuale convenzione stipulata con il datore di lavoro.
Successivamente, in relazione al regime fiscale applicabile ai premi di risultato e al welfare aziendale, è stato precisato, tra l’altro, che il valore indicato nel documento di legittimazione, ovvero nel voucher, di cui all’articolo 6 del Decreto del Ministero del Lavoro del 25 marzo 2016, deve corrispondere al valore del bene/prestazione offerta che, ai sensi della prima parte del comma 3 dell’articolo 51 del TUIR, deve essere determinato in base al valore normale, come definito dall’articolo 9 del TUIR.
Al riguardo, il valore normale può essere costituito anche dal prezzo scontato, praticato dal fornitore sulla base di apposite convenzioni stipulate dal datore di lavoro.
In virtù di quanto sopra esposto, il Fisco ritiene che anche nella fattispecie in esame possano trovare applicazione i chiarimenti forniti, considerato che la società istante, datore di lavoro, in virtù di apposita convenzione stipulata con il fornitore, consente ai propri dipendenti di acquistare, i beni commercializzati da quest’ultimo, a un prezzo scontato.


Pertanto, si è dell’avviso che nella fattispecie rappresentata non si generi materia fiscalmente imponibile, dal momento che il valore normale, così come illustrato, dei beni acquistati dai dipendenti è pari a quanto corrisposto da questi ultimi.


Agevolabili col credito d’imposta Mezzogiorno, i beni oggetto di contratto sale and lease back


Il requisito della novità del bene, necessario per beneficiare del credito di imposta, deve apprezzarsi in sede di primo acquisto, a nulla rilevando, anche per tale aspetto, la successiva cessione dello stesso nell’ambito dell’operazione di sale and lease back (Agenzia Entrate – risposta 24 settembre 2020, n. 404).

La Legge di Stabilità 2016, ha introdotto un credito di imposta a favore delle imprese che, a decorrere dal 1° gennaio 2016 e fino al 31 dicembre 2020, effettuano l’acquisizione, anche mediante contratti di locazione finanziaria, di beni strumentali nuovi, vale a dire macchinari, impianti e attrezzature varie, facenti parte di un progetto di investimento iniziale e destinati a strutture produttive ubicate nelle zone assistite delle regioni Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, Molise, Sardegna e Abruzzo.


Sono agevolabili gli investimenti, facenti parte di un progetto di investimento iniziale, relativi all’acquisto, anche mediante contratti di locazione finanziaria, di macchinari, impianti e attrezzature varie destinati a strutture produttive già esistenti o che vengono impiantate nel territorio.


Se entro il quinto periodo d’imposta successivo a quello nel quale sono entrati in funzione, i beni sono dismessi, ceduti a terzi, destinati a finalità estranee all’esercizio dell’impresa ovvero destinati a strutture produttive diverse da quelle che hanno dato diritto all’agevolazione, il credito d’imposta è rideterminato escludendo dagli investimenti agevolati il costo dei beni anzidetti.


In particolare, per quanto concerne la nozione di beni “nuovi”, in precedenti documenti di prassi è stato chiarito che “l’agevolazione non spetta per gli investimenti in beni a qualunque titolo già utilizzati”.


In relazione alla agevolabilità di beni acquistati e contestualmente fatti oggetto di un contratto di sale and lease back, è stato precisato che l’agevolazione spetta anche nell’ipotesi in cui il bene oggetto dell’investimento, per il quale si fruisca dell’agevolazione, formi oggetto di un successivo contratto di sale and lease back. In tali ipotesi, la cessione del bene nuovo, oggetto d’investimento agevolabile, alla società di leasing nel contesto di un’operazione di lease back non determina la revoca dell’agevolazione.


Chiarimenti sul calcolo della riduzione del fatturato per il bonus locazioni


Forniti chiarimenti sul calcolo della riduzione del fatturato a seguito di trasformazione da ditta individuale a società per il credito d’imposta affitti (Agenzia delle Entrate – Risposta 24 settembre 2020, n. 402).

Nel caso di specie, la società Srl, è stata costituita nel 2016 ed ha iniziato la propria attività nel 2019, in seguito alla cessione dell’azienda dalla ditta individuale. Solo per effetto della cessione d’azienda la società è entrata in possesso dei beni strumentali e delle licenze necessarie per svolgere l’attività e solo in tale data i risultati economici conseguiti sono cessati in capo alla ditta individuale e imputati alla società.
Al fine di usufruire del credito d’imposta previsto dall’articolo 28 del decreto-legge n. 34 del 2020 il comma 5 dello stesso articolo pone, tra i requisiti, la diminuzione del fatturato di almeno il 50 per cento rispetto a quello conseguito negli stessi mesi del periodo d’imposta precedente.
A tal riguardo, l’istante chiede all’Agenzia se, per accedere al beneficio in esame, possa essere riconosciuta la continuità aziendale con l’attività svolta precedentemente nella veste di ditta individuale.
L’Agenzia delle Entrate ritiene che il calcolo della riduzione del fatturato di cui al comma 5 dell’articolo 28 del decreto rilancio deve essere effettuato confrontando l’ammontare del fatturato della società istante dei mesi di marzo, aprile, maggio e giugno 2020 rispetto al fatturato dell’azienda trasferita (ditta individuale) riferibile ai medesimi periodi dell’anno precedente.


Contributo a fondo perduto COVID-19: le risposte del Fisco


25 SETT 2020 Di fronte ad altre tre istanze di interpello il Fisco risponde sulla determinazione della soglia di accesso al contributo a fondo perduto COVID-19 introdotto dall’articolo 25 del decreto Rilancio e dei requisiti di accesso in ipotesi di scissione e di società con sede in Comune colpito da evento calamitoso (Agenzia delle Entrate – risposte 24 settembre 2020, nn. 401, 403 e 405).

Determinazione soglia di accesso al contributo a fondo perduto


L’istante intende beneficiare del contributo a fondo perduto (art. 25, decreto legge n. 34/2020), chiede di sapere se i corrispettivi percepiti nell’esercizio 01/0X/20XX – 31/0X/20XX, a titolo di rimborso di spese di trasferta, per costi di viaggio, vitto ed alloggio, contrattualmente pattuiti, non ricompresi nei corrispettivi per le prestazioni di servizi ma separatamente esposti in fattura, classificati nella voce A5 del conto economico siano da ricomprendere nell’articolo 85, comma 1, lettera a), del TUIR e come tali debbano concorrere alla formazione del limite massimo di Euro 5.000.000 posto quale requisito per poter beneficiare del contributo a fondo perduto.
Per l’Amministrazione finanziaria, le somme di cui si tratta rappresentano «il riaddebito dei costi di trasferta e/o comunque dei costi vivi sostenuti» (con le modalità descritte nell’istanza) e la loro attribuzione non persegue le ordinarie finalità di un contributo in conto esercizio, incluso tra i ricavi di cui alla lettera g) dell’articolo 85 del Tuir. Per la società istante, le predette somme, come emerge anche dalle previsioni contrattuali, rappresentano parte integrante del valore economico della prestazione di servizi principale fornita; ciò a tal punto da far divenire detti componenti reddituali quota inscindibile dei propri ricavi derivanti dalla gestione caratteristica, di cui all’articolo 85, comma 1, lettere a) e b), del TUIR. Ciò premesso, nel caso in esame, le somme che rappresentano il riaddebito da parte delle società committenti alla società istante delle spese di trasferta, risultano rilevanti ai fini della determinazione della soglia minima per la fruizione del contributo a fondo perduto di cui all’articolo 25 del decreto legge n. 34 del 2020.


Ipotesi di scissione


La società istante dichiara di essere stata costituita a seguito di scissione parziale proporzionale e di esercitare una attività di servizi, chiede un parere circa la possibilità di accedere al contributo a fondo perduto di cui all’articolo 25 del decreto legge 19 maggio 2020, n. 34 convertito il legge, con modificazioni, dall’articolo 1, Legge 17 luglio 2020, n. 77 (c.d. Decreto rilancio).
Per il Fisco la determinazione del contributo a fondo perduto COVID-19 deve essere operata, sia in relazione alle modalità di determinazione della soglia massima ricavi o compensi sia per quanto concerne il calcolo della riduzione del fatturato, identificando l’ammontare dei ricavi e del fatturato direttamente riferibili al ramo d’azienda oggetto di assegnazione alla società istante (ante e post scissione).


Società con sede in Comune colpito da evento calamitoso


L’istante fa presente che il contributo de quo è riconosciuto anche in assenza dei requisiti richiesti, ai soggetti che a far data dall’insorgenza dell’evento calamitoso, hanno il domicilio fiscale o la sede operativa nel territorio dei comuni colpiti dai predetti eventi i cui stati di emergenza erano ancora in atto alla data di dichiarazione dello stato di emergenza Covid-19. L’istante ritiene che la propria sede societaria, sita nel Comune di XXX (XX) debba considerarsi collocata in stato di emergenza alla data del 31 gennaio 2020 alla luce delle deliberazioni del Consiglio dei Ministri del 26 giugno 2019 e del 2 dicembre 2019 di estensione degli effetti dello stato di emergenza per i territori interessati da eccezionali eventi metereologici. Alla luce di quanto premesso, l’istante chiede di conoscere se sia possibile presentare l’istanza, ai sensi dell’articolo 25 del decreto legge n. 34 del 2020, al fine di accedere al contributo al fondo perduto nella misura minima di Euro 2.000,00.
Per il Fisco se il Comune di XXX (XX) risulti incluso tra i comuni colpiti da un evento calamitoso il cui conseguente stato di emergenza sia «ancora in atto, alla data di dichiarazione dello stato di emergenza Covid-19 (al 31 gennaio 2020, Delibera del Consiglio dei Ministri 31 gennaio 2020» (elemento fattuale la cui valutazione non può essere effettuata in sede in interpello), l’istante può fruire del contributo a fondo perduto COVID-19, determinando lo stesso secondo quanto previsto al comma 5 dell’articolo 25 del decreto legge n. 34 del 2020 (ferma restando la sussistenza degli ulteriori requisiti).