Contrasto tra dichiarazioni in sede ispettiva e in giudizio: nessuna gerarchia tra le fonti di prova


In ordine all’efficacia probatoria delle dichiarazioni rese dai lavoratori in sede ispettiva ed alla eventuale discordanza con le dichiarazioni acquisite nel corso del giudizio, ancorchè sia coperta da fede privilegiata la circostanza che le risposte fornite dai lavoratori siano quelle effettivamente riportate in verbale, nell’ordinamento non vige alcun principio di gerarchia tra le fonti di prova, tranne che per il giuramento, spettando al giudice del merito il potere esclusivo, nell’individuare le fonti del proprio convincimento, di valutare le prove secondo il suo prudente apprezzamento (Corte di Cassazione, ordinanza 23 settembre 2020, n. 19982).


Una Corte d’appello aveva accolto l’impugnazione proposta dall’Inps nei confronti di una Società avverso la sentenza di primo grado, di accoglimento della domanda di accertamento negativo della pretesa contributiva, formulata dall’Inps in seguito ad accertamento ispettivo relativo alla qualificazione in termini di lavoro subordinato, e non di subappalto, dei rapporti intercorsi con alcuni lavoratori.
Ad avviso della Corte, le dichiarazioni rese agli ispettori dai lavoratori, su aspetti decisivi per il giudizio, quali la proprietà degli strumenti di lavoro e le modalità di pagamento e di espletamento dell’attività lavorativa, si ponevano in contrasto insanabile con quelle rese nel corso del giudizio, ed alle prime, in quanto rese nell’immediatezza, andava riconosciuta maggiore attendibilità, anche in considerazione del valore da riconoscere ai verbali ispettivi.
Inoltre, la questione della difficoltà di comprensione della lingua italiana da parte di uno di essi, confermata dalla circostanza che il giudice di primo grado aveva nominato un interprete per procedere al suo esame, andava risolta nel senso che tale difficoltà di comprensione non era tale da inficiare il valore della dichiarazione resa in sede ispettiva, trattandosi di enunciazione di fatti semplici relativi alla propria attività di lavoro e del tutto corrispondenti alle dichiarazioni rese agli ispettori dall’altro lavoratore.
Avverso la sentenza ricorre così in Cassazione la Società, lamentando, in particolare, la contraddittorietà e l’incomprensibilità della motivazione della sentenza, che ha valutato come maggiormente attendibili le dichiarazioni rese agli ispettori, piuttosto che quelle rese in udienza, pur avendo affermato che uno dei lavoratori non comprendeva la lingua italiana, tanto che era stato nominato un interprete.
Per la Suprema Corte il ricorso non è fondato e, nello specifico, il motivo suesposto.
La società ricorrente, infatti, si duole che la Corte d’appello avrebbe violato la regola che attribuisce all’Inps l’onere di provare i fatti costitutivi della pretesa contributiva, nella specie la natura subordinata dei rapporti di lavoro, nonché le disposizioni che disciplinano l’efficacia probatoria dei verbali ispettivi provenienti da pubblici ufficiali, sovvertendo un principio che rivendica la prevalenza della prova acquisita in giudizio rispetto alle acquisizioni delle attività ispettive.
Orbene, nel caso di specie, la sentenza impugnata non ha assegnato alla Società ricorrente l’onere di provare la sussistenza della subordinazione, bensì ha vagliato l’intero corredo probatorio acquisito al processo e ne ha tratto le conclusioni ritenute più opportune, alla luce della rilevanza da accordare ai classici indici della subordinazione.
In ordine, poi, alla valenza probatoria dei verbali ispettivi redatti dagli ispettori del lavoro, o comunque dai funzionari degli enti previdenziali, essi fanno fede fino a querela di falso (art. 2700 c.c.), solo relativamente alla loro provenienza dal sottoscrittore, alle dichiarazioni a lui rese ed agli altri fatti che egli attesti come avvenuti in sua presenza o da lui compiuti. Di qui, però, coerentemente con la giurisprudenza di legittimità (da ultimo, Corte di Cassazione, sentenza n. 15702/2014), la circostanza che le risposte fornite dal lavoratore straniero siano quelle effettivamente riportate in verbale, va ritenuta coperta da fede privilegiata, ferma restando la necessità di sottoporre i loro contenuti al vaglio complessivo di tutte le ulteriori acquisizioni probatorie.
In ogni caso, in tale contesto, non vige alcun principio di gerarchia tra le fonti di prova, posto che nel nostro ordinamento, tranne che per il giuramento, a cui è attribuito valore di prova legale, spetta al giudice del merito il potere esclusivo, nell’individuare le fonti del proprio convincimento, di valutare le prove secondo il suo prudente apprezzamento, del quale, peraltro, egli deve dare una motivazione immune da vizi logici e giuridici, senza che possa pretendersi l’attribuzione di un maggior valore ad un accertamento rispetto ad un altro a cagione della sua provenienza (da ultimo, Corte di Cassazione, sentenza n. 4743/2005).
In altri termini, il rapporto ispettivo dei funzionari degli Enti previdenziali, pur non facendo piena prova fino a querela di falso, è attendibile fino a prova contraria, quando esprime gli elementi da cui trae origine, in particolare, mediante allegazione delle dichiarazioni rese da terzi, restando, comunque, liberamente valutabile dal giudice in concorso con gli altri elementi probatori.